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SAPER FARE
Il modello artigiano e le radici dello stile italiano
di Romano Benini
Il furbo e l’ intelligente, cortigiano contro artigiano
Guardare indietro per andare avanti. Agli inizi del terzo millennio l’italiano si trova in una condizione non molto diversa dall’italiano che si trovava a fare i conti con il suo percorso di vita agli inizi del primo millennio, all’inizio dell’età imperiale, e del secondo millennio, all’inizio dell’età comunale. Di che età sarà inizio, questo terzo millennio ?
La scelta dell’italiano all’avvio dell’età imperiale e comunale, uno e due millenni fa, è stata al tempo stesso la più difficile e la più vantaggiosa. Forse quell’italiano era consapevole del fatto che di solito le scelte più difficili sono anche quelle che portano i maggiori vantaggi.
Competenza e virtù. Saper fare. Regole condivise. Bene comune. Solidarietà sociale. Questi i principi che ci hanno accompagnato nella storia di questi secoli e che hanno reso possibili due lunghe fasi di sviluppo, che hanno coinciso con i secoli dell’Impero Romano e con i secoli della civiltà dei Comuni e delle Signorie.
Alla base di questa azione l’affermazione di un principio dirompente : la libertà. Intesa come libera espressione di sé nella comunità e nella società, non certo come assenza di condizioni e di regole. La rinascita dell’ uomo che agisce si fonda sulla sua coerenza con la libertà, con una idea di dignità della persona che si afferma attraverso l’affermazione della volontà creativa, dell’organizzazione del talento. Questo è il modus affermato in Italia e fatto proprio dall’Occidente. L’”Italia dell’artigiano”, intendendo e comprendendo con questa parola in senso lato tutto quanto ha a che vedere con ars, artifex. L’uomo che crea e che realizza. Quando l’Italia, per diversi motivi, abbandona nel XVI secolo questi principi si avvia un declino sociale ed economico, in cui si afferma una ben diversa figura sociale, quella del cortigiano.
Il cortigiano non è libero, è servo di qualsiasi padrone, non ha competenze, la sua dignità si afferma nello stare a servizio di chi esercita il potere.
Nell’Italia di oggi troviamo evidentemente sia artigiani che cortigiani. Vicino ai luoghi del potere troviamo soprattutto molti cortigiani. Vicino ai luoghi del lavoro troviamo ancora per fortuna molti artigiani. L’Italia del terzo millennio, a differenza dell’Italia dei due precedenti millenni, non ha ancora scelto tra queste due figure antitetiche quale sarà il riferimento per i prossimi decenni. In ogni caso si tratta di due Italie che non possono convivere dividendosi il potere e non possono convivere in modo sintetico nella stessa Nazione due modelli così diversi. Si deve produrre una nota dominante: una delle due figure è destinata a prevalere, creando un sistema in cui l’altra figura non è dominante.
E’ questo quanto apprendiamo dalla nostra storia passata e recente.
L’artigiano: deve essere libero per poter esprimere la sua individualità creativa ed ha bisogno del diritto per difenderla e per difendersi da chi non è come lui. Deve saper fare e creare: un sapere pratico che è fatto da tanti saperi, quello tecnico, quello relazionale, quello della pratica, quello dell’intuito. La sua capacità di faticare, di programmare lo sforzo, di dare un percorso ed un obiettivo alla sua energia la chiamiamo in un modo chiaro a tutti : lavoro.
L’artigiano non è appiattito sul presente, la sua azione ha in sé il senso del futuro. Questo approccio ha in sé quindi l’idea di progresso e di sviluppo, non solo di crescita economica. Questo modo di darsi da fare si muove con intelligenza sociale. Relazionalità e partecipazione sono due componenti di fondo di una funzione che è dentro e fuori l’impresa, sul territorio e tra i territori. Questo modo di fare ha portato al benessere sia nel primo che nel secondo millennio della nostra Storia: in modo diverso, ha potuto organizzare e sostenere cinque secoli di crescita e di sviluppo. In Italia, nel Mediterraneo ed in Europa. E’ stato il migliore contributo italiano alla storia dell’Umanità.
Il cortigiano: non può essere libero, deve essere servo di qualcuno. Il servilismo annulla ogni funzione del diritto, per la sua affermazione è necessaria l’assenza di giustizia, la discrezionalità, o anche una interpretazione burocratica ed ottusa della legge. Non è relazionale : il cortigiano complotta e crede ai complotti. Il suo spazio è quello dell’ìndividualismo e della solitudine. Con la cortigianeria cresce il culto dell’interesse personale, viene meno ogni idea di bene comune. Il sapere del cortigiano è teorico, consiste nello “ stare a Palazzo”, con tutto quello che serve in quanto ad intrighi e sotterfugi. La sua parola è l’affabulazione forbita e vuota, il suo modus è la furbizia.
Deve essere incompetente, non c’è spazio per tecniche e conoscenza. E’ il “fantuttone”, faccio di tutto per non far nulla. Il cortigiano non agisce e non lavora, ma si limita ad occupare posti. Se agisci crei problemi, meglio stare fermi ed intanto occupare il posto. Il cortigiano non può che essere appiattito sul presente. Un presente tanto vuoto quanto chiassoso, imbroglione ed appariscente. Il mantenimento dello status quo è tutto. Il cortigiano conserva e blocca ogni innovazione. Con l’affermazione del cortigiano dal XVI l’economia italiana avvia una fase di progressiva emarginazione e depressione. Anche Francia e Spagna avranno la stessa sorte.
Guardiamo l’Italia di oggi. La presenza dei nuovi cortigiani, in questa fase di depressione economica, è evidente. Dove c’è crisi i cortigiani sono sempre ben presenti, al tempo stesso causa e conseguenza della crisi.
Poco spazio alla vita attiva. La presenza nella società italiana di oggi del cortigiano, come forma di vita passiva e conservativa, è assolutamente determinante. Il conformismo, il pressappochismo e l’assenza di identità tratti tipici della cortigianeria sono molto evidenti, soprattutto nel ceto intellettuale e politico, in cui il voltagabbana, il furbo che si adatta è sempre presente. Cortigiani si nasce, ma in Italia soprattutto si diventa, grazie ad un sistema che ti aiuta se ti comporti più da cortigiano che da uomo libero. Nella politica, nelle grandi imprese, nei media. Si fa carriera non attraverso la competenza, il merito, il coraggio dell’innovazione e della libertà, ma attraverso i sistemi propri del cortigiano. Il principio, dai Ministeri al sindacato, dai partiti alle grandi imprese, è sempre quello: legati al potente di turno, assecondalo e fai in modo che le sue idee diventino le tue, esprimendo il pensiero del capo meglio del capo stesso. Non credere in nulla, qualsiasi capo, qualsiasi idea va bene, meglio poi se non ci sono idee e progetti, si fa meno fatica.
I cortigiani sono gli intermediari del potere. Da recenti analisi. sembra che in Italia ci siano almeno un milione di persone che vivono come intermediari del potere. Un ceto di professionisti e funzionari dell’intermediazione politica, mediatica e sindacale, la maggior parte dei quali non è mai stata scelta direttamente, ma procede per cooptazione o per elezioni per liste bloccate.
In questo modo la furbizia diventa una virtù, anzi il primo valore: una furbizia triste e senza intelligenza, senza idea di futuro, senza progetto, in cui si annulla ogni senso della storia, anche personale.
La cortigianeria porta con sé un’idea di potere infetto, autoreferenziale, per gruppi chiusi, legati ad una appartenenza fatta di complicità e di interessi, di correità.
Il ceto, l’elitè che si forma in questo modo agisce come i chierici di un Vescovo, i pretoriani di un Imperatore: una corte per la quale le regole non valgono, che risponde ad un sovrano per il quale le regole non valgono.
Questo ceto, questi chierici non fanno politica, nel senso che non chiedono di essere scelti dal popolo per occuparsi del popolo, ma “ sono” politici, usano il consenso per affermare la loro presenza, la politica per loro non è una esperienza di pubblica utilità, ma una condizione di appartenenza per la loro utilità personale e di gruppo. Il loro sapere, le loro parole sono figlie di una affabulazione fine a se stessa e vuota, saperi teorici, buoni per un dibattito televisivo, ma inutili per la vita quotidiana.
In questo sistema avere competenze, il merito, essere bravi può spaventare, essere pericoloso. Essere capaci, essere bravi spaventa non solo i colleghi, ma anche i capi in un sistema in cui i capi sono selezionati per cooptazione ed adesione cortigiana al potere e non per bravura o capacità.
Nell’Italia del cortigiano il punto sta tutto nel mettersi sul binario giusto e lasciare che il tempo faccia il suo corso. Trovare il binario ed occuparne i posti significa andare avanti per anzianità o per corrispondenza al potere e non per merito. Sindacati, partiti, ministeri, pubblica amministrazione, magistratura, enti. Il binario sembra la regola delle elites italiane del terzo millennio, in cui tutto procede per anzianità di servizio e non per capacità. Non si tratta quindi di volontà e libertà, ma di appartenenza e servilismo.
Nella civiltà comunale questi signori sarebbero stati marginali od espulsi. Nell’Italia di oggi non prevalgono quindi i principi che hanno reso grande l’Italia di un tempo. Si cresce invece come servi del barone, come nella Sicilia aragonese o borbonica, assecondando il potere e facendo ciò che il potere vuole, come furbi strumenti di intenzioni altrui.
E’ evidente quanto questo modo di fare danneggi l’economia e blocchi lo sviluppo, danneggiando l’innovazione e tutto quanto procede per discontinuità e trasformazione. Siamo tutti gattopardi, cancro che si diffonde per oltre i luoghi delle baronie siciliane.
L’economia del cortigiano è incompatibile quindi con quella dell’artigiano e smonta pezzo per pezzo gli elementi di fondo del benessere.
La ricchezza si può usare non per investire, ma per rendita, accumulo, con la prevalenza della speculazione, la finanza che crea finanza, il denaro che crea denaro. La ricchezza non deriva dal lavoro, dal rischio, non si usa per creare opportunità, ma deriva per accumulazione fine a se stessa e si usa per ostentare, per esibire e soprattutto per creare altro denaro. Non certo per la gloria di Dio, ma per fini ben più terreni. Nella civiltà comunale, Chiesa e Comune avrebbero condannato ed allontanato questo modello di finanza.
L’occupazione dei posti promossa da questo sistema avviene al di fuori da qualsiasi progetto di promozione sociale, senza “ proponimento “ che non sia l’avere una “ posizione”. In questo modo si nega il significato più profondo della libertà, delle idee e della progettualità.
In questo modo la competenza non serve, anzi diventa pericolosa: l’importante è non far credere di avere opinioni, far proprie le idee del proprio padrone se le ha, se non le ha è meglio, affabulazione pronta a qualsiasi opinione e a qualsiasi voltafaccia. Non occorre pensare ai volti noti della politica televisiva, troviamo esempi di questa Italia cortigiana nei partiti, ma anche nei sindacati, nelle organizzazioni di impresa, nei ministeri, nei media, nelle grandi aziende pubbliche, nelle Università. In tutti i luoghi del potere.
Si annullano merito e competenza, nella prevalenza della raccomandazione e dell’imperizia e si spiega in questo modo una storica anomalia italiana rispetto al resto d’Europa: la bassa qualità degli interventi per l’occupabilità, la formazione ed i servizi per il lavoro. In Italia prevale la raccomandazione nella ricerca del lavoro ( un vero record europeo ) e non ci si fida di altro se non di quella. La competenza è meglio nasconderla, anche perché si rischia di non venir assunti perché in possesso di un titolo di studio e di competenze troppo alte, come capita. Si tratta di un atteggiamento, di scelte, di logiche sciagurate e suicide, che possiamo leggere tra le cause di questi lunghi anni di declino italiano.
Vent’anni di declino economico, di calo del prodotto interno lordo e di scomparsa dei brevetti italiani nelle classifiche mondiali come conseguenza di un declino etico che può contagiare l’Europa.
Eppure la storia italiana ed europea, lo “spirito del benessere”, i principi della vita activa, possono essere ancora vivi e trovare spazio e forma nella realtà dei saperi pratici resi innovativi nelle reti del Made in Italy e nell’organizzazione delle città e province italiane più inclusive e con maggiore capitale sociale. Anche se minacciata dall’Italia del cortigiano, esiste ancora una parte del Paese e della sua economia e società che reagisce facendo propri i principi del benessere e del ben vivere. Riconoscere, interpretare, rappresentare e dare forza a questa Italia significa fare qualcosa di utile per il futuro di tutti, non solo in Italia. Restituire questa Italia “artigiana” alla rappresentanza politica e sociale può essere il modo per risalire la china e tornare a produrre esempi utili e soluzioni, come si faceva qualche secolo fa.
Libertà, competenze e dignità sono la base del pensiero della vita activa e del benessere (vita activa per il raggiungimento della felicità). Lavoro e responsabilità sono quindi il dono dell’Italia al pensiero e alla società occidentale. Sono principi che oggi ci fanno paura, perché non siamo abbastanza forti e consapevoli. Solo chi è forte vive l’etica e la morale. Ed il benessere è etica nel lavoro e nella ricchezza. La vita activa è infatti la concreta vita etica, che si manifesta nell’esperienza reale contro le semplici dichiarazioni di fede e di rettitudine che non sono sostenute dai fatti. E’ il principio del Vangelo di Matteo : “ In quel giorno molti mi diranno . “ Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome ?” , ma io dichiarerò loro . “ Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate nell’iniquità” ( Vangelo di Matteo, 7, 22-23). E’ il primato dell’etica.
Quindi oggi rischia di prevalere il cortigiano che dell’etica ne può fare a meno, rispetto all’artigiano e al “massaro”, che affrontano la sfida della libertà e del suo rapporto con il giusto. L’artigiano ha come forza la libertà di creare e di intraprendere, la velocità, l’intuito, la responsabilità, la passione per il lavoro. Il cortigiano non deve avere idee, l’artigiano deve avere idee. L’artigiano deve conoscere la giustizia, il cortigiano è chiamato a considerarla come un accessorio di cui se ne può fare a meno. Artigiano e cortigiano convivono oggi in Europa come in Italia. Artigiano e cortigiano in fondo convivono anche dentro di noi. La prevalenza dell’uno e dell’altro, sia in noi che nella società, dipende anche dalle scelte della politica, soprattutto nelle fasi di crisi. Quando l’Italia ha sostenuto la funzione dell’’” artigiano “, promosso la libertà, il saper far bene, la qualità del lavoro, la responsabilità, il bene comune ha inventato il benessere. Quando l’Italia ha invece sostenuto la funzione del “ cortigiano”, promosso il servilismo, l’individualismo, le clientele, la faziosità e la raccomandazione il risultato è stata un’altra invenzione italiana : il dispotismo. Quella sorta di autoritarismo improduttivo a tutela dei cortigiani che, per esempio, è stato per molti aspetti il Fascismo e che nella crisi degli anni venti del secolo scorso abbiamo con successo esportato come modello politico di riferimento per altre Nazioni in crisi ( dal Portogallo alla Spagna alla Croazia).
Eppure per il senso della Storia, il forte è artigiano, il debole è cortigiano. Come ha ben spiegato Dostoevskij nella sua opera, la sfida della libertà è la più dura ed è difficile per l’uomo riuscire ad esserne degno. Vincere questa sfida ci permette di cogliere il significato della bellezza.
Per questo gli artigiani e gli artisti del medioevo e del Rinascimento, in tutte le arti e mestieri (nel senso di arte e tecnica) creavano bellezza e sapevano che la loro conoscenza portava attraverso la bellezza a dare un senso alla loro vita e ad esprimersi oltre la vita. I disegni simbolici posti all’ingresso della Cattedrale di Siena mostrano, per esempio, come un sigillo questa consapevolezza degli antichi maestri.
Questa conoscenza derivava loro dalla libertà nel fare e dalle regole : la libertà di fare e di creare permetteva ai maestri artigiani attraverso la conoscenza pratica di possedere anche la conoscenza speculativa ( speculum, la conoscenza terrena che rispecchia quella spirituale) e di conoscere quindi la verità, che porta la bellezza. La bellezza come simbolo della verità. Per conoscere la bellezza non bisogna aver paura della verità, per non aver paura della verità bisogna essere liberi. Per questo motivo, affermando la vita activa l’Italia dell’umanesimo ha restituito al Mondo la bellezza.
L’Italia del Made in Italy vuole riaffermare nel terzo Millennio in modo innovativo, tecnologico e diffuso un’idea di bellezza e di stile di vita. Per produrre in modo credibile bellezza bisogna però averla dentro. Ci vuole verità e libertà.
L’Italia del cortigiano è tutt’altro e ci impedisce di creare sviluppo. Per questo senza una inversione di rotta noi Italiani siamo condannati al declino, perché ci stiamo condannando a non essere noi stessi e a non cogliere in pieno il senso della nostra identità storica. Il declino, come possiamo leggere dalle nostre vicende storiche, si accompagna per noi spesso al dispotismo e all’ingiustizia.
Eppure come dopo i secoli bui, l’italiano è riuscito mille anni fa a rinascere riscoprendo la dignità, la libertà, il diritto ed il saper fare della tradizione romana, noi mille anni dopo possiamo apprendere la nostra identità di ” creatori di benessere” dai nostri concittadini medievali, dei liberi Comuni, dell’umanesimo e delle signorie. Alla base di questo cambiamento da Cicerone ad Albertano c’erano in questi cambi di scenario della storia degli homines novi. Uomini nuovi, coraggiosi, competenti e soprattutto liberi.
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